Il gioco rischioso prepara i bambini alla scuola?

Arrampicarsi fin dove si vuole, fare la lotta per gioco, andare in bici a tutta velocità: sono gli esempi con cui uno studio canadese del 2026 misura il “gioco rischioso”. E sembra contare più di quanto pensiamo.

gioco rischioso bambini — bambini che si arrampicano su un albero
Ross Dunn, 2018. Tree Kids. Wikimedia Commons. CC BY-SA 2.0.

Quante volte, guardando un bambino che scala qualcosa di troppo alto o che corre a perdifiato su un terreno irregolare, ci siamo sentiti dire (o abbiamo detto) “attento!”? È istintivo, ed è umano. Uno studio condotto in British Columbia ci invita a chiederci cosa succede quando togliamo ai bambini quella dose di incertezza, e cosa succede quando invece la lasciamo.

Il gioco rischioso è risultato associato a una minore vulnerabilità dello sviluppo nel primo anno di scuola. Il tempo davanti agli schermi, al contrario, a una vulnerabilità maggiore.

Cosa hanno misurato, e su quanti bambini

Lo studio ha collegato due questionari su 4.968 bambini entrati nel kindergarten nel 2023 e nel 2024. In Canada il kindergarten è l’anno che precede la prima elementare: i bambini hanno circa cinque anni e mezzo, quindi siamo vicini al nostro ultimo anno di scuola dell’infanzia.

Nel primo o secondo mese di scuola i genitori hanno risposto a un questionario sui sei mesi precedenti: quanto il bambino giocava all’aperto, quante occasioni aveva di “correre rischi” giocando fuori (gli esempi del questionario: arrampicarsi fin dove vuole, fare la lotta per gioco, andare in bici a tutta velocità) e quanto tempo passava davanti a tablet, smartphone, TV o computer. A febbraio le insegnanti hanno valutato ogni bambino su cinque aree: salute fisica e benessere, competenza sociale, maturità emotiva, linguaggio e cognizione, comunicazione e conoscenze generali.

🔬 Cosa dice la ricerca

Circa un bambino su tre (32,9%) risultava vulnerabile in almeno una delle cinque aree. I dati sono espressi “a gradini” sulle scale del questionario: ogni gradino in più equivale, per esempio, a passare da “qualche volta al mese” a “circa una volta a settimana” di gioco rischioso.

  • Gioco rischioso → vulnerabilità un po’ più bassa. Per ogni gradino in più, le possibilità di essere vulnerabili risultavano più basse di circa l’8% (aOR 0,92). L’associazione c’era per salute fisica, competenza sociale, linguaggio e cognizione, comunicazione e conoscenze generali, ma non per la maturità emotiva.
  • Schermo → vulnerabilità più alta. Per ogni gradino in più (ad esempio da “15 minuti-1 ora” a “1-2 ore” al giorno), le possibilità risultavano più alte di circa il 38% (aOR 1,38). Qui l’associazione compariva in tutte e cinque le aree.
  • Gioco all’aperto → benefici mirati. Non è risultato associato alla vulnerabilità complessiva, ma a minore vulnerabilità nella salute fisica e nel benessere, e nella comunicazione e conoscenze generali.

Ma cos’è esattamente il gioco rischioso?

La parola “rischio” fa scattare un campanello d’allarme, quindi fermiamoci un momento. Nella letteratura scientifica il gioco rischioso è un gioco fisico, emozionante, che comporta incertezza e una possibilità di farsi male. Non significa gioco pericoloso: è il gioco in cui il bambino non sa in anticipo come andrà a finire e deve valutare, decidere, osare.

È la differenza tra un parco giochi con scivoli di plastica e un bosco con rami da scalare. Entrambi sono “sicuri” in senso lato, ma solo uno dei due chiede al bambino di fare delle scelte.

💡 Sapevi che…

Lo studio misura associazioni, non spiega i meccanismi. Gli autori richiamano due ipotesi dalla letteratura, entrambe da verificare. La prima: lo schermo può togliere tempo al gioco attivo e al gioco con i coetanei (la cosiddetta “sostituzione”). La seconda: potrebbe contare più la qualità del gioco (sfida, autonomia, contesto sociale) che la sua durata, un’idea che nasce dal fatto che il semplice tempo all’aperto non basta a spiegare la vulnerabilità complessiva. Sono spunti per ricerche future, non conclusioni di questo studio.

Non tutti i bambini partono dallo stesso punto

Un dato dello studio ci riguarda da vicino come educatori. Nei modelli, la vulnerabilità era più alta nei bambini di famiglie con redditi più bassi e con genitori single, separati o vedovi, e questi fattori pesavano più del gioco rischioso. Gli autori sottolineano che avere occasioni di gioco con rischio e poter limitare gli schermi dipende anche da tempo, risorse, abitazione e accesso al verde. Per questo il discorso va fatto senza puntare il dito sulle famiglie.

🏫 In classe si può fare

Lo studio non testa interventi: queste sono idee nostre, in linea con l’invito degli autori a dare più spazio a sfida e autonomia, nel rispetto dei regolamenti di sicurezza del vostro istituto.

  • Lascia un po’ di gioco non organizzato. Invece di strutturare ogni minuto di gioco libero, prova a lasciare del tempo in cui i bambini decidono cosa fare, come e con chi.
  • Esci dall’asfalto piatto, quando si può. Erba, ghiaia, terra, piccoli dislivelli: superfici irregolari chiedono continui aggiustamenti di passo ed equilibrio.
  • Offri materiali “sciolti”. Casse, tronchi, corde, sassi grandi: oggetti senza un uso predefinito, che i bambini possono usare in modo imprevedibile.
  • Osserva prima di intervenire. Quando un bambino sale su qualcosa, fermati un attimo prima di dire “attento” e chiediti se il rischio è reale o se hai toccato la tua soglia di ansia.
  • Con le famiglie, parti dal contesto. Parlando di schermi e di gioco, chiedi com’è la giornata del bambino prima di dare indicazioni: i vincoli di tempo e di spazi sono diversi per ognuno.

⚠️ Attenzione

Lo studio è un’indagine osservazionale: mostra associazioni, non cause. Hanno risposto al questionario dei genitori il 44% delle famiglie nel 2023 e il 36% nel 2024, quindi il campione non rappresenta tutta la provincia. Le esposizioni sono riferite dai genitori, a posteriori, e possono essere imprecise. Non sappiamo che tipo di schermo i bambini usassero né com’era il gioco all’aperto oltre alla frequenza. Altri fattori non misurati (stile educativo, temperamento, servizi frequentati) possono influire. L’effetto del gioco rischioso è piccolo e i modelli nel loro insieme spiegano una quota limitata della vulnerabilità. Infine, un’autrice dichiara di far parte del consiglio di Outdoor Play Canada e di fare consulenze sul gioco all’aperto: è una dichiarazione trasparente, e va tenuta presente.

C’è qualcosa di paradossale in tutto questo: nel tentativo di tenere i bambini al sicuro, rischiamo di togliere loro esperienze che li abituano a valutare da soli cosa è sicuro. Non è detto che sia così, e questo studio da solo non lo dimostra, ma è una domanda che vale la pena farsi.

Nella vostra scuola c’è spazio per il gioco libero e un po’ avventuroso? Come gestite la tensione tra sicurezza e libertà di movimento? Raccontatecelo: è una conversazione che vale la pena fare insieme. 🌳


📚 Fonti

Ramsden, R., Gill, R., & Brussoni, M. (2026). Associations between early childhood experiences in outdoor play, risky play and screen time, and children’s developmental health outcomes in kindergarten in British Columbia. Early Human Development, 222, 106621. DOI: https://doi.org/10.1016/j.earlhumdev.2026.106621 (accesso libero)

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